Folklore dei pescatori della provincia di Trapani

LA PESCA E I PESCATORI

Introduzione
Le barche

Le reti
Tipi di Pesca

Usi e Costumi
La tonnara


Il Museo del Mare
Il Porto
 

 







Usi, credenze, pregiudizi, pratiche magiche e magico-religiose

Castellammare del Golfo - RetiIl sole volge ormai al tramonto e il mare si tinge di rosa, mentre le ombre delle barche si allungano voluttuosamente nella morbida quiete dell' acqua.

Ora i "picciotti di varca" soffiano nelle "brogne": ogni barca ha il suo segnale di chiamata, e il suono, che ha qualcosa di patriarcale nella sua morbida unica nota, si propaga nella pace solitaria della marina che fra poco si popolerà di uomini in "cammisolu" (1), in cerata e stivaloni di gomma e risuonerà di ordini, di incitamenti, di consigli, di sciacquio di prore che si avanzano dal lido, sul mare...

Nei paesi, che. hanno la fortuna di possedere un porto basta solo sciogliere la cima, tirare "lu ferru" (2) e la barca è pronta a partire.
Ma nessuno dei familiari che a terra aspettano che i pescatori prendano il largo ed, augurano loro una buona pesca osa aiutarli a sciogliere la cima, che ormeggia la barca alla banchina: ciò è da spiegare con una ragione di ordine psicologico, in quanto essi temono che qualora dovesse capitare una disgrazia ai loro cari, sentirebbero il rimorso di averli quasi a forza, staccati da terra e spinti verso il crudele destino.

Una ad una le barche scendono in mare, fra cento grida d'incitamento:
"- Modda 'ssa cima !
"- Leva l' appuntìddi ! (3)
"- Damu sìvu (4) a 'ssi parati ! - e:
"- Picciotti, allistemuni ! - al che dì rimando:
"- E chi ha jiri a pigghìari, lù tunnu di l'oru ?! ... Ed il mare si anima dell'agitato palpitare sincrono dei remi che iniziano una monotona nenia, in attesa di dare posto alla vela.

"- Picciotti', forti vucamu ! Tèsta hamu ajiri a fari comu la cipudda ! (5)
"- Forti vucamu ! - e i pescatori talvolta, fan seguire scherzosamente al movimento delle braccia queste parole di stile lapalassiano:
"E' sta varca fu fatta a Missina,
cchiù forti vucamu, cchiù forti camina
".

Le barche prendono il largo.

Il mare fra poco si costellerà forse di bianche ali che fremono al vento e si stagliano tra l'azzurro del cielo e del mare, mentre qualche fievole nota ci giungerà di canti d'amore, o scherzosi, o che amaramente si rifanno alla vita dura e al lavoro spesso infruttuoso del pescatore.

Castellammare del Golfo - Tipiche barcheMa seguiamole, le barche, queste alati cavalcatrici del mare, e cerchiamo di penetrare di quale vita vivano, di quali ansie, di quali desideri fremano, di quale realtà gioiscano o si preoccupino, in quali forze confidino coloro che le dirigono nel loro cammino.

L' assenza di vento: costringe i pescatori a fare forza sui remi ed allora, per "chiamare" il vento, per propiziarselo, "legano" magicamente (6), a tutti i cornuti che, conoscono, le corna... in cui si impigliano forse le vesti leggere del vento.

"Damu vota a li curnuti ! - dicono, e ad ogni nome giù un nodo in una cima.
Quando il repertorio dei cornuti è terminato, allora mettono la cima a gonfiare nell'acqua, in modo che i nodi si stringano di più: poi la "mazzianu" (7) vigorosamente sulla barca, sino a quando il vento, una volta fiaccate le corna a tutti i cornuti, può ... liberamente soffiare (8)

Quando, invece il vento favorevole fa le piccole onde dietro la, poppa della barca, i pescatori, vedendo nella spuma delle piccole creste, bianche ali dischiuse in un fantastico volo, gridano poeticamente di gioia: 

"Mpuppa, mpuppa l'avemu l'ancilu !" - l'angelo buono che dolcemente spinge la barca verso la sua meta... Fra poco saremo sul prestabilito posto di pesca.
Ma se l'angelo buono si stanca, la vela si affloscia, la barca rallenta la sua corsa e si dovrebbe continuare a remi. Però, se la profondità è tale da permettere di calare la rete, il capo-pesca grida :
"Picciotti, cca la vosi ! - oppure,
"Quattru chiai e quattru rosi,
Gesu Cristu cca la vosi
".
Cioè l'angelo (o Iddio, o qualsiasi altra forza soprannaturale in cui il pescatore crede) ha voluto la barca ferma qui, e qui, "a nnomu di lu Patri", dì "San Petru" o di altri santi a cui maggiormente si è devoti, si getterà la rete.

Una barca ha le reti in mare; altre ne sopraggiungono e i pescatori salutano e chiedono che indizi di pesca ci sono;
"Viva Maria - è il saluto.
"Viva Gesù - la risposta.
"E chi rastu ? - e gli altri rispondono a seconda :
"Facitivi largu e calati - o
Un n' avemu bonu rastu" - ed in questo caso le barche seguono il loro cammino, nella speranza di una buona pesca.

Una volta a mare la rete, non bisogna, nel modo più assoluto, orinare o scorreggiare. Evidentemente questa interdizione si ricollega a quelle, relative all' "ammasatura". Inoltre non bisogna cantare nè fischiare, perché ciò richiamerebbe "li feri" (9), che danneggerebbero le reti (10).

Talvolta, alla prima "posta", al primo calare di reti, la pescagione viene su abbondante; tal altra, a tentare e a ritentare, solo pochissimi pesci costituiscono il frutto d'una insonne lunghissima notte di lavoro. 

Quando la pesca è molto scarsa, i pescatori cercano di non far sapere ai compagni delle altre barche, del loro insuccesso, e fanno presto a togliere dalle maglie i pochi pesci, prima che quelli sopraggiungano:
"Allistemuni - dicono - chi la meta ni mettinu !" - La "meta" sarebbe una tara, un nomignolo che si riferisce alla scarsità dei pesci catturati (11).
In questo stesso caso, i pesci non si contano, perché è superstizione dei pescatori che se ne continuerebbe a pescare
sempre così pochi da poterli contare (12).

Se un pescatore si punge con la spina di un pesce, mentre lo toglie di tra le maglie, si affretta a mangiare la coda dello stesso, e con ciò è scongiurato qualsiasi pericolo di infezione; altri, con lo stesso scopo, strofinano con le interiora del pesce, ancora vive, la parte ferita.

Il lavoro procede indefessamente tutta la notte.

Appena sorge il sole un saluto si leva da tutte le barche: "Gesù Saramintatu !",  e i pescatori, a capo scoperto, si segnano piamente, come se un immaginario sacerdote elevasse al cielo, in atto di consacrazione, un' ostia smisurata. E' un atto di fede e di speranza, una invocazione senza parole, un inno elevato al Creatore attraverso il creato.

Non sempre, naturalmente, specie d'inverno, si lavora in mare nelle più favorevoli condizioni. 
Talvolta il tempo, che sembrava calmo, repentinamente si guasta, il vento sconvolge la liquida massa del mare e i marosi mettono in precarie condizioni di stabilità le fragili barchette. Allora i pescatori sono costretti a lottare con tutte le loro forze contro gli elementi, mentre intrecciano alle bestemmie le invocazioni a Dio e ai santi.

Ma non la religione soltanto interviene a suprema salvaguardia della vita del pescatore: che le pratiche schiettamente magiche o magico-religiose trovano posto nei loro scongiuri, fatti con una serietà ed una ispiratezza tali, che non possiamo non supporre nella loro anima una salda fiducia negli atti, nelle parole, nei numeri nei colori che costituiscono il presupposto necessario ed insostituibile del loro agire.

A calmare la furiosa irruenza del mare, un pescatore, ritto sulla prora, fa con la mano l'atto di appianare le onde e ieraticamente pronuncia le parole:
"Ali scogghi, a li scogghi !"
E' questa una pratica prettamente magica. 

Di carattere magico religioso, invece, è la seguente, usata in analoghe circostanze: il pescatore che vuole mantenere in linea la barca che sbanda troppo per i colpi di mare, cerca di frenarla nei suoi bruschi movimenti facendo con le mani l'atto di tenerla alla briglia. Nello stesso tempo fa con le labbra il verso usato per trattenere i cavalli nella loro corsa e pronuncia le parole:
"Agguanta (13), casa di Diu !".

Ancora di carattere magico-religioso sono le orazioni con cui si "tagliano" le trombe marine. L'orazione consiste in un segno, di croce fatto con un coltello che vada fendendo l'aria in direzione della tromba. Alcuni sostengono che il coltello debba essere nero (14), per altri invece il colore è indifferente. D'accordo sono tutti che è peccato grave insegnare ad altri l'orazione se non quando si battezza il cero pasquale o, per altri, a Natale, o ancora di Venerdì o in punto di morte: chi la insegni in altre occasioni verrebbe privato, assieme a chi la impara, del potere di tagliare le trombe marine.
Ed ecco l'orazione che si ripete tre volte e si, fa seguire da un Pater:
"A nnomu di lu Patri,
Sapiènza di lù Figghiu
e pi virtù di lu Spiritu Santu
cu 'sta manu la cura
(15) taghiu" oppure :
"Nniputenza di lu Patri,
Sapienza di lu Figghiiu,
pi virtù di lu Spiritu Santu
e pi nnomu di Maria
e 'sta cura tagghiata sia
"(16).

Non ci resta così che riaccompagnare a riva il pescatore, che toccherà terra soddisfatto o sconsolato, ma pronto sempre a ricominciare.

La pescagione viene portata al mercato all'ingrosso del pesce dove attendono i "riatteri".
Costoro, i pescivendoli, sono una categoria molto disprezzata dai pescatori, i quali, dopo aver lavorato e lottato, si vedono spesso pagare miseramente il frutto delle loro fatiche, nei canti dei pescatori la figura del "riatteri" affiora spesso e sempre in cattiva luce.

Il, pesce viene messo all' asta, e si sente soltanto la voce dell' astatore, il quale ne annunzia il prezzo, che man mano i pescivendoli aumentano, con un cenno delle mani o del capo soltanto. Quando il pesce viene aggiudicato, l' astatore fa al pescivendolo un foglio d'asta, in cui è segnato il prezzo d'acquisto, su cui egli può guadagnare una percentuale fissa: al pescatore si rilascia una ricevuta. Il pescivendolo va, dopo venduto il pesce, a pagare e il pescatore a riscuotere alla "sigituria", una specie di esattoria riservata alla sola compra-vendita del pesce.

Gli, utili della pesca vengono ripartiti tra il padrone della barca e i pescatori nel modo seguente: tolte dal ricavato le spese, si fanno del rimanente tante parti quanti sono i pescatori più una per la barca, 4 per il "cinciolu", 3 per barca e motore e 3 rispettivamente per "barca e nassi", barca e "sinaiuli", barca e "lacciara", "barca e "schitti", barca e "tratta".

Crediamo di non dover chiudere questo viaggio nel mondo dei pescatori, senza aver prima accennato ad altri usi e credenze che trovano posto nell'anima loro e che, assieme a quelli di cui avanti abbiamo parlato, costituiscono un patrimonio ideale che di generazione in generazione si tramanda con la forza suggestiva di una fede profondamente sentita, e sono una palpitante realtà, anche se per noi, estranei a quel modo di
sentire, rasenta l' irrazionale.

Talvolta, consecutivamente per molte sera, la barca torna vuota alla riva. Allora, per iscacciare la jettatura di cui credono infette le reti, i pescatori fanno orinare sopra di esse una donna o un bambino (17).

Nel giorno delle Ceneri non si va alla pesca, perché capiterebbero sempre danni alle persone e alle attrezzature e non si pescherebbe altro che "scrozzi, di morti" (18). C'è qualche pescatore, il quale sostiene, in proposito che, andato alla pesca il dì, dei Morti, non solo non ha fatto una buona pesca, ma l'indomani, ha trovato le reti ridotte ad un mucchio di cenere. Nemmeno per tutti i Santi si va alla pesca, per osservare il riposo nel giorno in cui ricorre l'onomastico di tutti i protettori: ogni giorno c'è da offendere un Santo, ma contro uno solo il pescatore crede di potercela spuntare. Per tutti i Santi, invece è diverso: 
"Megghiu cummattiri cu unu e no cu tanti" (19).

Scarsa si dice che sia la pesca per tutta la durata della Settimana Santa (20). Buone speranze si hanno invece nelle vigilie di importanti
feste religiose. 

La vigilia di Natale si suol dire :
"Su' vigilii, e hannu a nasciri (21) comu nasci lu Bamminu !".

Un pronostico di maggiore durata nel tempo si trae invece quando si battezza il cero pasquale: se allora, infatti, spira tramontana, l'annata sarà buona; al contrario se tira scirocco o libeccio. 

Buon auspicio, sempre per tutta la durata dell'anno, si trae quando la tela che scopre Gesù risorto, a Pasqua, "cala dditta" , cioè a dire scende non inclinata, ma parallela rispetto al pavimento della chiesa.

Buona fortuna augura l'"arbuni" (22) che i pescatori scorgono in volo mentre vanno alla pesca.

Per preservarsi dai naufragi, il giorno di Natale, dopo che si è cantato il Te Deum e scoperto il Bambino Gesù, i pescatori tuffano le mani nell'acqua benedetta (23).

Abbiamo così passato in rassegna le più significative espressioni della vita dei pescatori; i canti ed i proverbi ci daranno ancora preziosi elementi di giudizio e ci aiuteranno a scoprire, forse meglio delle precedenti note folkloriche, la ricca gamma dei sentimenti che anima questo popolo di lavoratori del mare.

Note:

(1) - Camicia tipica dei pescatori, tutta intera, con una solo bottone al collo.

(2) -  Metonimia per ancora.

(3) - Sostegni cilindrici, che, si pongono sotto la barca tirata in secco.

(4) - Sego, per lubrificare i parati su cui scorre la chiglia

(5) - "Fari testa" vale arrivare per primi; poi, scherzando, si aggiunge "comu la cipudda", cioè come fa la testa la cipolla sotto terra.

(6) - Di altre pratiche magiche ci occuperemo appresso

(7) - Precisamente: battere con una mazza. Qui vale, semplicemente battere

(8) - Questa magica usanza trova riscontro nell' altra, praticata dai pescatori napoletani: costoro durante un pericolo di bonaccia, prendono un berretto e vi rinchiudono tutti i santi più venerati chiamandoli per nome e facendo l'atto di prenderli e di tuffarli in quella specie di sacco. Dopo di che ne chiudono la imboccatura e lo battono con tutta la loro forza con un legno, sino a quando i santi ne hanno abbastanza per decidersi a mandare il buon vento al più presto possibile. Il berretto, così macerato assieme ai santi, lo buttano poi in mare gridando: - Andate al diavolo ! 
Cfr. Bogisic in Revue des Tradition populaires, t.lX, pag 83

(9) - I delfini, in cui, per la loro inteliigenza, sì crede trasmigrino le anime dei pescatori

(10) - I pescatori islandesi credono che cantare durante la pesca porti sfortuna. Cfr. P.Sebillot ,op.cit.,pag.226. 

(11) - Abbiamo, così "Centu mancu unu", un pescatore che aveva preso 99 sarpe, "Peppi tririci pisi" ecc. (La "pi sa còrrisponde a circa 2 Kg.). 

(12) - In certi villaggi della Scozia, invece, non si deve in nessun caso contare i battelli che sono in mare, come le donne e i fanciulli che sono alla pesca.
Cfr.W.Gregor, Scotland , pag. 200 

(13) - Precisamente: aggrappati

(14) - I pescatori di Catania invece vogliono debba essere bianco. Cfr. S.Lo Presti, Op. cit.anno I935, pag.98 

(15) - Le trombe marine son dette "curi di ddau" (code di drago)
o "ddaunari". 

(16) - Varianti dell' orazione riportata dal Lo Presti op.cit., anno 1935 pag.98, che suona cosi:
"Putenza di lu Patri,
Sapienza di lu Figghiu;
e pi virtù di lu Spiritu Santu
tàgghiti cura e mettiti 'i cantu
"

(17) - Non molto tempo fa i pescatori inglesi aspergevano le loro
reti quando ritenevano che fossero state stregate.

(18) - Teschi

(19) - Sottinteso: Santi

(20) - Ma non trova riscontro presso di noi la credenza dei pescatori dei dintorni di Paimpol (Francia), secondo cui "chi andava alla pesca il Venerdì Santo, in luogo di prendere dei pesci, pescava solo delle croci".
Cfr. P.Sebiilot , Op
. cit. , pag. 165

(21) - Sottointendi : i pesci

(22) - Un uccello marino

(23) - Cfr. G.Pitrè - Usi e costumi del popolo siciliano ,
t. III , pag. 84
 

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Testi da: Folklore dei pescatori della provincia di Trapani. del Prof. Francesco Leone (Tesi del 1949 - 50)

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Aggiornamento:

23/05/2004


:: Proverbi e modi di dire proverbiali::


Pisci (1) a livanti,
ventu a punenti.

Quannu si junci punenti e libbici,
malirittu cu beni ni rici.

La tramuntana è figghia fimmina (2)

Ariu russu 
'un ghiri a livari nassi
(3)

Jorna prima, jorna doppu, 
'un c'è quinta senza sciloccu
(4)

Maistrali
inchi tunnari

 Ventu a livanti,
maistrali supra li punti
(5)

Ariu allanzanatu (6)
o sciloccu o livanti.

Gricali
abbrucia mari

Ustica pari:
o sciloccu o maistrali
(7)

Quannu pari pantiddaria
lu sciloccu è pi la via
(8).

Si tramuntana fà lu tira e lenta,
chistu è lu signu chi veni maistrali.

Tempu di livanti,
si inchinu li chini e li vacanti
(9)

Si voi ventu, aspettalu. (10)

Abbatti punta e abbatti ventu (11)

Lu ventu 'nterra (12) di li matinati
è la ricchizza di li paranzoti.

Quannu l'ariu camina di libbici,
tannu è sciloccu viraci.

Lu sciloccu 'mprena
e lu maistru figghia.

fimmini, venti e currenti
tintu cu' ci teni menti.

Ariu picurignu
o sciloccu o punintignu,
o acqua o ventu
e si nun chiovi fà bon tempu
(13.

Cu ventu forti lu vascellu sferra (14),
cu frevi forti lu malatu sparra (15)

 


(1) - Nuvole di forma allungata
(2) -
E' cioè giudiziosa 
(3) - Il cielo rossastro indica vento a breve scadenza. Pericoloso è quindi portare nasse, le quali offrono al vento una vasta superficie, mettendo in pericolo la barca. Variante di Catania: Si l'ariu è cubbu non ghiri fora a calari 'i nassi. Cfr. S. lo Presti, op. cit., 1935, pag. 84 
(4) - Quinta, luna piena. Una variante di questo proverbio fà:
"Un c'è masculu senza cioccu,
un c'è fimmina senza ciacca,
mancu quinta senza sciloccu."
(5) - "Li punti", Capo Gallo e Capo S. Vito.
(6) - Cielo pieno di nuvole bianche, molto sfioccate.
(7) - Proverbio che vale per Castellammare e le marine che hanno, come sopra, la stessa esposizione.
 (8) - Vale per Mazzara, Selinunte e le altre marine che hanno come sopra la stessa esposizione.
(9) - Per le abbondanti piogge che ne deriveranno.
(10) - Il significato è più vasto di quello apparente e il proverbio invita ad ever pazienza per poter cogliere al momento opportuno la buona occasione.
(11) - Doppiato un capo, il vento si sente con minore intensità.
(12) - La brezza di terra.
(13) - Come si capisce, è un proverbio scherzoso che si ripete si grulli per celia.
(14) - Perde il "ferru", per rottura della cima o della catena cui è legato.
(15) - Variante del proverbio pubblicato da V. Scarcella, op. cit., pag. 119: Nun senza fini lu rologgiu sferra,
ne senza fini lu matatu sparra.


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