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Dal romanzo inedito I numeri del fuoco di Giuseppe Elio Ligotti

Castellammare del Golfo


Un'aquila di mare, planata dagli strapiombi d'una valle, squarcio lungo le pendici d'una catena ad arco rosicchiata alle spalle dal ghibli: vento mestruale, che invortica le cime e a precipizio cala fra gli sterpi, sulle giummare, fra le tartane. Lo scirocco fa lo sterrato rosso, brucia la terra, la calcina, la impasta a rocce metamorfiche: blocchi colossali, orrendi e spigolosi di profili biblici, scabrosamente pencolanti, ma che dilavano a un nord d'acquamarina.

Vista dall'alto, dall'occhio d'un deltaplano, dalla scaletta d'una mongolfiera, o semplicemente dal belvedere, Castellammare del Golfo non appare una rocca di vento, ma un'aquila di mare. Votatasi a tramontana per sfuggire allo scirocco; un'aquila che non ha scelto però il volo, un volo cieco nel Tirreno, ma la riva, planandovi distesa ad ali aperte. Sicché lo scirocco, sempre in agguato dallo squarcio, a volte la raggiunge, ne sommuove il sangue ancorato, la fa ansimare: dal corpo spiegato dell'aquila partono allora cavalloni, e guadagnano il largo: è come se il mare prendesse le ali e divenisse un Icaro, un enorme morto a galla sfrangiato di bianco.

Rostro dell'aquila è il castello, fortezza di punta su una lingua di terra squadrata a banchina, mercato anticamente di tonni e di paranze, poi di vino, più di recente di marmitte; una vecchia fortezza espugnata dai venti, mai dal mare, ma dal mare allacciata, ora tempestata da un diluvio di schiuma, ora marezzata da dolce chioccolio: oggi e ieri, quando le regine del castello, scese alle vasche della prima cinta, prestavano loro fianchi e caviglie, sotto un mare di trine e di granchi.

Il fortilizio del castello abbraccia la vasta linea dell'orizzonte, delimitato ad Est da punta Raisi, a Ovest da capo San Vito. Sui due lati del castello-rostro, le rientranze delle ali distese sono, per conformazione concava, rade marine. Sul lato orientale 'Cala Petrolo', foderata ad arco da moderni bastioni. (Più a oriente la costa si frastaglia, per poi slargare nella 'plaja', più d'un chilometro di spiaggia dorata e odorosa, fino alla foce del fiume San Bartolomeo, l'antico, mitico Crimiso.)

Sul lato occidentale 'Cala Marina', piccolo golfo nel golfo, a ferro di cavallo, che parte dalla banchina ai piedi del castello, prosegue con una spiaggetta a mezzaluna di rena granellosa, carica di esche, di cromosomi animali, una spiaggetta dove da sempre si allineano come sarde al sole i barconi della pesca, ieri più fitti, oggi spulciati e per lo più in riparazione. La cala prosegue sull'altro versante con la scogliera bassa dei 'Cerri' dove sporge la gibbosità dello 'scogghiu chianu', scivoloso di polipi e di lippo, e termina con un molo foraneo che chiamano porto, già lanterna vecchia, una muraglia d'approdo artificiale che avanza dritta nel mare per un paio di centinaia di metri, simile al braccio d'una gru ammarata.

Più avanti la costa diviene ripida, alterna fazzoletti di sabbia a piccole rade scagliose, raggiungibili solo dal mare, piega infine verso nordovest fino a un promontorio declive di rocce scistose e traforate, che formano un sottopassaggio naturale; a seguire un arco; infine uno scoglio aguzzo. Località 'In testa alla porta'. Giacché è un varco di salvezza, la svolta a gomito per chi, provenendo dalle acque burrascose del golfo aperto (avviene di colpo, proditoriamente, a ogni giro imprevedibile di vento), ritrova un mare abbonacciato, la linea del porto, i frontoni a botte dei magazzeni sulla riva, le case a scalea, bianche e floreate, la chiazza verde e balaustrata della villa, l'occhio attraccato del castello, la sommità della chiesa Matrice.

Per chi viene dal mare, Castellammare del Golfo è un veliero galleggiante, visto lateralmente, in tutta la sua lunghezza inalberata. A più alberi. Le case digradano, al pari esatto della velatura d'un veliero, in linee scalari, ventose e mai scompigliate, mai ammainate.

A partire dai tetti più alti: gli alberi di mezzana, di maestra e di trinchetto; lungo i pennoni del primo: a scendere: controbelvedere, belvedere volante e fisso, contromezzana, mezzana; lungo il secondo, dall'alto: controvelaccio, velaccio fisso, gabbia, maestra; lungo l'ultimo: controvelaccino, velaccino fisso, parrocchetto, trinchetto; fino alle sartie della scalinata sulla marina; fino ai magazzeni di fiocco e controfiocco. Spiccano, nel mezzo della velatura, gabbia e parrocchetto volanti: in realtà un folto di palme e fusti secolari: la villa: né forse è un caso che questa ospiti pappagalli i più strani, veri parrocchetti, e preti al sole.

Visto dal mare, il castello è un naviglio a sé: un brigantino goletta forse, o uno sciabecco, che pare abbia combattuto cento battaglie di costa, senza mai salpare. Questa, forse, la nostalgia più acuta di quelle pietre, pietre sveve su fondamenta arabe: sciogliere gli ormeggi, azzerare la vertigine, le promesse d'un orizzonte irradiato e irraggiungibile.

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